data esame: 6 luglio
June 24, 2007
ultima revisione permettendo
Nei colori del giorno/Peter Handke
June 5, 2007
Recensione di Nei colori del giorno di Peter Handke.
Nei colori del giorno è un saggio sulle sensorialità e sulla memoria, sull’impero dei sensi a lavoro, un tentativo quietamente disperato di parlare dell’empirico immagazzinare sensazioni dell’ individuo e il tentativo (spesso fallimentare) di esprimerle e tradurle a dei terzi.
Ed è qui che Handke sembra voler inserire un discorso su due massimi sistemi/approcci alla realtà: illustra i parallelismi che a suo parere esistono tra scrittura e pittura, tra il lavoro del suo mentore Cézanne e il suo lavoro di scrittore.
Parte dello sforzo di Handke infatti, sta nel voler trasformare l’inchiostro in pigmento pittorico e ridare giustizia narrativa ai paesaggi, alle forme, ai colori che vive in prima persona.
Il pretesto narrativo, lo scaturente di questo ammaestrato flusso di coscienza è il viaggio più volte affrontato (in solitaria e non) da Handke verso Sainte Victoire, il monte reso arcinoto dall’ossessiva attenzione di Cèzanne.
E se per l’appunto il tutto sembra un discontinuo flusso di coscienza, in seguito nel finale, nella descrizione del bosco di Salisburgo pare d’intravedere un De Lillo assonnato e costretto a dover far nuovamente ricorso a uno dei suoi più celeberrimi cliché: la descrizione maniacale e lenticolare di porzioni di realtà. E cosa direbbe allora Dale Peck di questi flussi descrittivi cul de sac, epigoni delle avanguardie letterarie primonovecentesche, fuorvianti quanto spesso inutili?
Come in un film di Antonioni dove tutto è visivo e non raccontato, parimenti in questo libro Handke cerca di rendere partecipe visivamente il lettore, tentando di far sublimare la sua condizione da semplice “leggente” a “vedente”.
E in questo tumulto di salti temporali Handke osa e ci butta il politico: il passaggio sulla Repubblica Federale potrebbe essere uno dei momenti più validi del libro se solo l’avesse trattato meno istintivamente e superficialmente, o semplicemente se l’avesse relegato in tutt’altro tipo di libro.
Tra un elogio gratuito alla fantasia e uno al cangiantismo dei colori Handke rilecca il tutto con romanticismo e alle parole “..spinto da un gran desiderio di mettersi in ginocchio o di giacere con la faccia a terra, e di essere nessuno nel tutto” par di veder D’Annunzio intrappolato nel suo completo fraintendimento di UberMensch.
Handke inoltre, da astuto conoscitore del fascino editoriale esercitato dall’oriente ma anche da completo turista di tali filosofie, ci butta un timido elogio del vuoto buddista.
Ma questo desiderio di completa fusione con la natura e il desiderio di completo annullamento dell’individuo a favore di un tutto sembrano essere occasionali capricci dell’irrazionale di Handke più che devota fusione con i precetti filosofici orientali.
C’è però un punto di forza in questo zibaldone dei sensi e dei sentimenti: quello che emerge lampante è la totale inedeguatezza ed estraneità dell’uomo moderno alla natura.
Vi è inoltre la sua commovente e lacerante voglia di immortalare, “uccidere” il corso del tempo e incorniciare il ricordo per poi trasmetterlo a “coppie d’occhi”, il desiderio di “rappresentare narrando” il sentimento suscitato dall’osservazione di porzioni di realtà.
Ma quello che trionfa invece è la totale vittoria dell’effimero che svolazza dapprima dentro ai nostri organi di senso, e dopo una fugace visita alle nostre memorie, ci lascia più impotenti di prima nel tentativo di documentarlo.















